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Miniere loc. Caravino

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Miniere di Valtorta
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Ingresso miniera

Miniere di Valtorta
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Ingresso miniera

Miniere di Valtorta
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Ingresso di una galleria

Miniere di Valtorta
Miniere di Valtorta
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Polveriera

Già a partire dal Medioevo le numerose miniere di Valtorta hanno caratterizzato la vita e l’economia del paese, rendendolo terra di maestranze specializzate nell’estrazione e nella lavorazione dei metalli, e costituendo per parecchi secoli l’unica fonte di reddito di minatori, fonditori e fabbri. Al confine con la Valsassina, lungo il monte Varrone, si estraeva principalmente il ferro, come ai piani di Ceresola, in Val Cassano, ad Avezzo, Foppa Bona e Caravino. A Camisolo si ricavavano piombo, barite, zinco e argento, mentre a Scasletto oro e rame, oltre ad argento e piombo. Il lavoro si svolgeva dal tardo autunno sino a primavera poiché era minore il pericolo di infiltrazioni d’acqua in galleria. Durante il periodo estivo il minerale subiva il trattamento della cottura, per essere depurato da altri elementi, e successivamente quello della cernita, consistente nell’esposizione agli agenti atmosferici che, eliminando ulteriori impurità, lo rendevano duttile e leggero al trasporto. Esso avveniva con l’ausilio di muli e cavalli lungo la Via del ferro, una mulattiera che collegava le cave e i paesi limitrofi dove si svolgevano le occupazioni inerenti ad esse. Nel 1700 esistevano 26 chiodarole e 6 fucine (grosse, sotiladore, trafilere) che impiegavano circa cento persone. Tale prospera attività si sviluppò ulteriormente durante la dominazione veneta, proseguendo fino al 1800. Dal 1806 al 1808 si producono circa 250 quintali di chiodi, tanto che i paesani vengono soprannominati ciodaroi. Sicuramente il successo di un’ elevata produzione di oggetti da taglio e attrezzi agricoli, con relativa commercializzazione in diverse regioni, è stato determinato dal fatto che il ferro locale era maggiormente pregiato rispetto a quello di altre zone. Dopo l’Unità d’Italia Valtorta è meta di tanti periti che rilasciano le concessioni per uno sfruttamento intensivo dei giacimenti, nella cui lunga vita si rilevano anche periodi di arresto. Già nel 1800 infatti lo storico Maironi da Ponte ne anticipa la inevitabile decadenza per scarsità di combustibile che alimentava i forni. Infine, durante la seconda guerra mondiale, Antonio Regazzoni ricorre ad una provvidenziale riapertura che, dando lavoro ad un centinaio di giovani, ne evita la deportazione in Germania. Di questa articolata attività rimane traccia di una fucina, un maglio e un mulino in località Bolgià. Alcuni toponimi locali attestano tuttora questo antico mestiere: la località Frér, Forno nuovo, il Put del Furen (ponte del forno). Recentemente è stata riscoperta la miniera Frér in cui è possibile visitare un tratto di galleria e il piccolo edificio adibito a polveriera.